Chi sono

Davide “Radu” Scarenzio

Gli uomini muoiono la loro vita e vivono la loro morte. – Eraclito

Sono nato a Magenta il 22/05/1985 e vorrei poter dire di aver avuto un’infanzia felice, ma così non è stato. Ho dovuto affrontare fin da subito solitudine, silenzio e menzogne, una miriade di non detti che pesavano come una cappa di piombo sulla testa e sulle spalle. Un gran sentire, incapace di essere espresso; tante domande lasciate senza risposta. Dubbi coperti da mezze verità.

Non è che non ci siano stati momenti lieti, anzi. Il mare, gli amici, le letture e i sogni epici tipici di quell’età…ma il tutto in penombra, al crepuscolo, come se fossi condannato a non assaporare mai una gioia piena. Un senso di mancanza scorreva in tutto quello che facevo, la nostalgia era il sale della mia minestra.

Ho il ricordo preciso di quando ero sulla spiaggia a fissare il monte Circeo. Il suo profilo basso e allungato come una donna addormentata dai lunghi capelli. Stavo sfogliando un libro di mitologia greca, ne guardavo le figure. Mi è rimasta impressa l’immagine di Urano: tarchiato, iracondo e vestito di stelle, con un mantello rosso. Mi piaceva. Nel languire su quella spiaggia, fissando l’acqua, mi veniva sete di Infinito.

Questo fino ai 15 anni. Poi ho deciso di darci un taglio. In me stava montando la marea, il vento a soffiare. Volevo conoscere, conoscermi, sapere fino a che punto potessi spingermi. Volevo riscattare il tempo perduto. Volevo vivere.

Ho frequentato le scuole superiori come si affronta un breve viaggio in metropolitana: distratto. Mi serviva poco per passare le interrogazioni, vivendo in un mondo parallelo fatto di libri, sport, lavoro stagionale, bande, ragazze e sogni. Sogni comuni di una vita tranquilla: aperitivi lungo lago, una moglie, un buon lavoro e figli. Anche la seconda casa al mare, dove la volevo io, sul Monte Circeo.

Al termine della scuola dell’obbligo le fantasticherie evaporarono sotto al sole della vita. Una crisi acuta che colpì mia madre mi portò a visitare l’ospedale. Medici ed infermieri. Li osservavo sotto shock: volevo essere come loro. Avevano le risposte a tutto, pronti, freddi quel tanto che basta per muoversi in circostanze drammatiche e con disinvoltura; sapevano il fatto loro.

‘Come puoi essere utile?’ mi girava in testa la frase de ‘le Regole della casa del Sidro’.

Conclusi che fare quel lavoro poteva essere un buon modo di spendermi, di guadagnare da vivere, uscire di casa e conquistarmi la libertà. Trovare un senso alla vita che non trovavo da nessun’altra parte.

All’università, naturalmente, approfondivo altro: le ricerche sulla coscienza e la comunicazione. Molto insicuro cercavo il modo di interagire con gli altri senza sentirmi sbagliato. Da autodidatta affrontai la Pnl e l’Ipnosi. Affascinato dalle ricerche di Julian Janes sulla mente bicamerale, cercavo il potere insito nella mente. Rapito dai ‘Frammenti di un insegnamento sconosciuto’ di Gurdjeff , compresi che il vero potere zampilla dalle profondità dell’Essere.

Completai gli studi con un corso sulla comunicazione ipnotica per operatori sanitari. Con quel piccolo bagaglio mi misi in viaggio da Brescia a Milano, e da lì nel mondo.

Sono stati anni fantastici, ricchi di ogni ben di Dio. Facevo il lavoro che amavo per quanto duro fosse, ed ero padrone della mia vita. In quel periodo mi sono tolto tutte le soddisfazioni che volevo. E non ho mai smesso di studiare. La ricerca, per me, è come la fame.

Pnl e Life Coaching , Ipnosi non Verbale e Mesmerismo. In parallelo mi documentavo sulla scienza dell’alimentazione, il digiuno in particolare: conservando la memoria di privazioni psichiche ed emotive, volevo provare quelle più materiali, il cibo, e vedere cosa succedeva. L’incontro con Salvatore Simeone, digiunoterapeuta e amico spirituale, ha cambiato la rotta della mia vita.

‘L’obiettivo primario del digiuno è quello di liberarsi dai condizionamenti’, affermandolo col suo fare da antico sacerdote dei misteri. E io che pensavo di farmi una scampagnata fuori porta per mettermi alla prova. La cosa si faceva più dura e affascinante del previsto.

C’è stato un momento in quei sette giorni di completa astinenza dal cibo che non ho più dimenticato. Lo paragono al primo amore. Non che gli amori successivi siano da meno. Ogni amore ha le sue fasi e la sua importanza, ma credo di capire perché si dice che il primo sia il primo. Un’ alchimia unica di elementi, sensazioni e sincronie che si fissano nella memoria per sempre. Seduto sul balcone di un resort, contemplavo un campo verde con qualche montagnetta in distanza. Sono stato lì tutto il giorno, quasi immobile, un giorno di amore infinito.

Nel frattempo ero diventato l’infermiere dei miei sogni, trovando impiego a domicilio. Una presenza che saltava di casa in casa nella città che adoravo, Milano. Raccoglievo lacrime e sorrisi, le vite dei pazienti che assistevo. Medicavo le ferite, interpretavo i loro desideri. Ma dopo il digiuno è scattato qualcosa che non mi ha permesso di lavorare con lo stesso entusiasmo di prima. Mi sono trovato a chiedere:
‘Tutto qui?’

Quel principio di amore vissuto durante il digiuno non lo sentivo più, era già un ricordo. Più di 10 anni di studi, fatica e vita si sono dissolti come un miraggio.

Raccolsi le mie di lacrime questa volta. Stavo conducendo la ricerca nel modo e nel posto sbagliato. Intuivo, a livello embrionale, che quell’amore era lì dentro, sepolto da qualche parte come un fossile sotto strati di paura e dolore tanto antico da averne perso la memoria.

Prese il via una fase che definisco di ‘addestramento spirituale’. Frequentai un monastero buddista per imparare lo zazen e la meditazione camminata. Poi uno cristiano benedettino, riscoprendo la cristianità dei primordi, quella dei padri del deserto, l’esicasmo. Cercavo chi mi insegnasse la preghiera del cuore, la respirazione circolare. Le circostanze mi portarono alla scuola di Transformational Breath.

Con il Transformational Breath ho fatto il salto riscoprendo e, per certi versi ristrutturando, la professione di infermiere. Potevo assistere non solo i malati, ma anche i sani. Trasformare le lacrime in rugiada scaldata al sole. Orientare lo sforzo di una persona alla vita, anziché impiegarle solamente nel cercare di fuggire la malattia. Mi sentivo completo, o quasi, perché mi chiamava qualcosa.

Un richiamo all’ inizio appena percettibile, poi via via più forte: la passione per la musica. Alle scuole medie sperimentali di Padenghe sul Garda ho suonato musica classica per anni. Ma adesso sentivo una musica diversa. Più intima, più selvaggia, più mitica.

Alla Culla del Suono di Valeria Boari devo il 50% della formazione ricevuta. Il resto se lo giocano tutti gli altri. Non per quantità di ore o per importanza, ma per rilevanza animica. Il digiuno mi ha insegnato a stare, il respiro a vivere e il suono a morire, trovando il modo di colorare di magia la mia vita, di dare voce all’Infinito.

Tamburo e strumenti ancestrali, campane tibetane, gong, mantra, Reiki. Da Valeria avevo il posto fisso e le schiacciatine mantovane di cui andavo ghiotto. Ma non solo. C’è stato un insegnamento, mischiato con le frequenze, che Valeria metteva come il prezzemolo:
L’arte di morire con metodo, liberando dagli attaccamenti.

Andava a completare le motivazioni spirituali del digiuno ma con una sottile differenza: mentre il condizionamento è percepito come qualcosa di imposto, una manipolazione, l’attaccamento lo scegli tu. Ho realizzato di aver contribuito personalmente alla costruzione della prigione psichica nella quale vivevo. Mi sembrava di essere un monaco tibetano, di quelli che si vedono comporre un mandala per mesi e poi distruggerlo in scioltezza in qualche ora. E avevo appena iniziato.

Mi innamorai profondamente. Col tempo ho imparando a riconoscerne i gradi di intensità. La conobbi ad un seminario di Transformational Breath. Io già lavoravo col respiro, lei era in attesa di diplomarsi. Viveva in Polonia, ma con l’ambizione di uscirne presto. Ho esitato solo una ventina di giorni prima di prendere il volo e trasferirmi là. Terminando la carriera di infermiere clinico, si era aperto un orizzonte vasto. Mi hanno sempre affascinato le storie di conquistatori, mercanti e colonizzatori, di chi va altrove portando un messaggio.

Il mio era un modo di vivere la salute intesa anche come salvezza, cioè l’integrità dell’anima, e non solo come transitoria frattura del corpo fisico. Viaggiavo sulle onde del suono e sul ritmo del respiro. In Polonia ho appreso l’arte del massaggio secondo lo Zen Shiatsu. Mancava un approccio terapeutico basato sulle mani, sul puro gesto tecnico di stampo infermieristico.

L’approccio alla conoscenza è sempre stata quella dello scettico, cinico materialista. Formato da medici e professionisti sanitari, mi facevano venire il voltastomaco le spiegazioni fumose degli ambienti spiritualoidi che attraversavo, o del parlare criptico e forbito di certi teologi. Basato tutto sul ‘sentire’ e sull’ ‘intuizione’ ‘sull’amore di Dio’ lasciavano sempre quell’alone di mistero che mi faceva innervosire.

E non perché non apprezzi il mistero quanto perché, anche i più intuitivi che ho visto, scivolano sulla classica buccia di banana: il discernimento. Cioè distinguere quando è intuito e quando è un fantasma della mente rivestito di buone ragioni. Ci vuole metodo anche nell’esplorare l’invisibile per limitare la soggettività. Almeno io la penso così.

I principi della medicina cinese, della fisiopatologia energetica e la bioritmica ampliarono la comprensione delle altre pratiche ed era tutto perfetto…all’ apparenza.

Si lavorava insieme, la casa, i viaggi, i progetti di una coppia nata per durare. Gli screzi, normali in una coppia, si ingigantirono come la classica palla di neve con l’arrivo di Emanuel.

Abbiamo fatto di tutto per ricucire: psicoterapia di coppia, tantrismo, costellazioni familiari, sciamani, medium. Niente è servito allo scopo, anzi: tutte le discipline non facevano altro che allontanarci. Le incomprensioni erano diventati litigi veri e propri, cattiveria profonda. Io non ero mai abbastanza, lei mai onesta.

Lei voleva uscire dalla Polonia, non io finirci dentro, non erano quelli i patti. Sbattevo i piedi sul pavimento strillando a pugni chiusi contro il cielo, come un bambino capriccioso. Quando compresi l’inganno di fondo, qualcosa in me è andato in frantumi. Arriva un momento in cui sei solo con te stesso. Non c’è nessuno che ti salva, niente tecnica, niente farmaci, niente retorica, niente Dio.

Chiuso in un paese straniero, lontano dalle mie radici, dalla lingua, dal cibo e dal sole, oberato di lavoro e responsabilità, malato, una coppia perfettamente finta in frantumi e un bambino piccolo, su di me è calato il buio. Reagii pregando per la prima volta. Una preghiera inespressa, un pianto continuo, un urlo di disperazione.

Circondato dalle tenebre chiusi gli occhi anche se nella mia testa era pieno giorno. Andai dal dottore. Attraversando la sala d’attesa vidi alcuni pazienti che mi mettevano in guardia su di lui. ‘E’ maleducato!’ ‘E’ cattivo’ . Entrai nello studio con il mio plico. Era gentile nonostante tutto.
‘Si accomodi, cos’ha?’
‘Dottore credo di essermi fratturato il piede destro. Ho le radiografie se vuole dare un’occhiata.’
‘Lo provi a muovere..secondo me lei non ha niente, il piede si muove bene, può andare’
Ma nel dire questo alzò gli occhi di scatto sventolando il plico di fronte a me.
‘Eh!’ e gli occhi si fecero appuntiti come due spilli infuocati.

Mi svegliai all’improvviso con due cose ben chiare in testa. La prima era che potevo andare e la seconda, meno esplicita verbalmente ma altrettanto penetrante, che dovevo stare attento ad una cosa: mio figlio.

Faccio le valigie e salgo in camera. Guardo lei e poi lui che in quel momento si stava appena svegliando. Si gira verso di me stiracchiandosi, lo sguardo dolcissimo e furbetto, felice di vedermi, pregustando una giornata di giochi col suo papà. Ma così non sarebbe stato. Quel giorno è come se l’avessi ucciso e io con lui. Una parte di me se ne è definitivamente andata quella mattina.

Prima di quel momento la disperazione era ulteriormente aggravata da una miriade di opinioni. Psicologi e psicoterapeuti, astrologi, amici, terapeuti di ogni sorta che tentavano di convincerci a lasciarci o rimanere insieme. Dopo è venuto il momento del ‘senno di poi’, tirare le somme.
‘Non era amore, ma dipendenza, una relazione basata sul bisogno’
‘Manipolazione’
‘Siete stati precipitosi. Si capiva fin dall’inizio’
‘Sei stato usato’
‘Le hai mentito’
‘La colpa è sua, invece qui la colpa è tua’
‘Potevate pensarci prima. Con un figlio bisogna sacrificarsi. Irresponsabile’
E via così. Avevano tutti le idee ben chiare. Siamo tutti esperti col senno di poi degli altri.

Io non ho più molto da dire. Quando sei solo in mezzo alle reazioni di una famiglia tradizionale polacca che sa che stai per lasciare sua figlia, la paura del giudizio si relativizza molto.

Mi sento di dire solo a chi ha la lingua veloce e sagge certezze da elargire così in fretta di alzarsi in piedi, mostrare le sue relazioni, descrivere cos’ è l’amore e poi farmelo sentire. E in questo ordine. Se non arrivi a farlo sentire è meglio stare seduti in silenzio.

Ci siamo amati e ci siamo bruciati, facendo andare in fumo quello che non volevamo vedere di noi stessi. Venduti l’uno all’altro esattamente l’opposto di quello che eravamo in realtà. Lei da viaggiatrice incallita si è scoperta più una sorta di Penelope. Io invece, da persona abitudinaria e metodica, un mezzo marinaio.

Abbiamo recitato le parti di tutti, dei nostri rispettivi genitori, parenti e amici, storia e cultura nazionale, attenti a non deluderne le aspettative. E’ uscito dal cilindro tutto quello che ho sempre rifiutato, giudicato e condannato della mia famiglia e di me stesso. Ho messo le mani nel sacco e in fondo, inaspettatamente, ho scoperto la mia innocenza.

Credo di capire ora quando mi si diceva che l’amore incondizionato, quello vero, costa. Come può infatti l’Uomo, essere condizionato e contradditorio per definizione, amare incondizionatamente?

Solo l’Amore conta al di là delle piccolezze e crudeltà. Questo, per me, è diventata una certezza. Emanuel, ‘Dio con noi’, perché ad un certo punto della mia vita ho cominciato ad avere Fede, nonostante tutto. Scegliendomi, mi sono trasceso.

Ho vissuto il rientro in Italia come un naufragio. Surreale. Il Mandala cancellato e al posto dei colori, il nulla. O quasi

Avevo lavorato per anni alla ristrutturazione della villa di famiglia. Una vecchia casa vista lago, lasciata a se stessa, piena di cianfrusaglie e brutti ricordi. Il desiderio di fare piazza pulita, nel tempo, è diventato un’esigenza biologica, prima che estetica. Una necessità condivisa anche dai superstiti della mia famiglia. Il desiderio di vedere mia nonna felice con qualcosa di bello prima di andarsene, è stata la molla che mi ha permesso di saltare su tutti gli ostacoli, i ritardi, le traversie, la pandemia, le amarezze.

Quando è venuto il momento dei dettagli, immaginavo un via vai di persone che si godevano il Lago come non me lo sono mai goduto io stesso. E allora ecco il verde, i divani, il barbecue, il terrazzo, le luci..trasformando un mausoleo disordinato in un ambiente spartano ed elegante, che ha superato il suo splendore originario.

Sole blu casa vacanze sul Lago di Garda è una rampa di lancio per vivere il Lago e i suoi paesaggi fiabeschi, le pietre nascoste, le ciclabili e gli eremi, il buon vino e l’acqua scaldata dal sole. La magia al chiaro di luna.

Ora è venuto il momento di pensare alla mia felicità. Finalmente, dopo anni a fissare l’orizzonte, intravedo uno spiraglio di Pace. Non dico di essere in Pace, quello sarebbe ipocrisia pura ma, quando il mare si agita, so in che direzione andare.

C’è chi dice che sia una persona buona, chi un incorreggibile e inquieto egoista. Non mi interessa niente. Se prima credevo di portare un messaggio specifico basato su delle competenze professionali, ora anche quella storia non regge più. Porto in giro me stesso, al massimo delle mie capacità, cercando di spingermi oltre le bassezze personali.

So quali sono i debiti da pagare, il mio dovere e il destino. Sono tornato velocemente sui miei passi per un’unica ragione superiore: il rapporto con mio figlio.

Emanuel si dovrà accontentare di un padre un pò così, viaggiatore. Uno che plana all’improvviso, attraverso l’Europa, quando stanno per spuntare i dentini nuovi, i primi passi, le giornate al parco e tutto quanto merita un bambino. Una presenza tanto fisica, quanto eterea.

E…la musica! Adoro il suono perché canto la Magia dell’Amore e, dando voce al Sacro, trascendo me stesso. L’Amore, per me, è come un parco giochi: basta poco per accendersi di meraviglia, accedere al potere di provare sorpresa e stupore.